CHIÙRE (AGOSTO 2013)

Stavolta giocavo in casa! La prima esperienza a Chiùre era ancora stampata nella memoria, anche se ormai con qualche anno di polvere addosso. In un certo senso, è stato come tornare a casa. Anche le suore della missione non erano completamente sconosciute. Ciò nonostante, è stato piacevole vedere come nel tempo le cose sono cambiate (spesso in meglio).  

Le prime impressioni sono state contrastanti. È stata forte la sensazione di come “niente fosse cambiato” e allo stesso tempo “tutto fosse cambiato”. I luoghi erano gli stessi (la missione, l’asilo, la scuola), alcune persone erano le stesse (alcune suore e una volontaria spagnola), ma l’ambiente generale, quello era completamente cambiato. Nel villaggio è arrivata l’elettricità, portando con sé una “ventata” di tecnologia, le persone che “ruotano intorno” alla missione sono diverse, e soprattutto io sono diverso. E’ stato come rivedere per la prima volta dopo molti anni un amico d’infanzia. Si riconosce che è la stessa persona di un tempo, ma che è molto cambiata nel frattempo.
Anche le attività tipiche della giornata sono state diverse. Il primo fattore di cambiamento è stato il tempo a disposizione: un mese dà la possibilità di pianificare molte più cose, e di portare avanti attività che richiedono più tempo con più calma. La giornata tipo prevedeva la sveglia e la colazione tutti assieme (più o meno), e la partenza di ognuno per le proprie mansioni. Le attività erano varie: assistenza ai professori della scuola primaria, supporto scolastico ai ragazzi con difficoltà di apprendimento, assistenza all’asilo, riordino della biblioteca, riordino del materiale della missione, ecc.. Il mio compito principale, vista la mia formazione personale, è stato quello di fare un inventario di tutte le apparecchiature tecnologiche presenti nella missione, trovando quelle irrimediabilmente non riparabili, quelle riparabili (e ripararle), e trovare un uso a quelle funzionanti. Una delle attività più significative che siamo riusciti a mettere in piedi, è stata la proiezione nella biblioteca di cartoni animati per i ragazzi.
Un mese di tempo da anche la possibilità di approfondire la conoscenza con le persone con le quali si interagisce ogni giorno. Oltre al gruppo di volontari, tutti speciali nessuno escluso, ho avuto molto piacere di approfondire la conoscenza di Suor Apoline, la direttrice della missione, e dei ragazzi che lavorano per la missione. È stato molto bello trovare del tempo per parlare, confrontarsi, scambiarsi idee e raccontarsi un po’ del proprio mondo (spesso così diversi).

Al ritorno rimane sempre un po’ di nostalgia. Quando si ha la possibilità di “immergersi” così in profondità in una realtà così diversa, il ritorno alla vita di tutti i giorni, alla propria casa, la propria famiglia, i propri amici, il proprio lavoro, sembrano tutti diversi da come li si è lasciati. Ho imparato a cogliere sfumature nelle cose che prima non vedevo, e soprattutto ho imparato a vedere le cose con occhio diverso. Spero e credo che questo valga anche per le persone che ho incontrato nella mia esperienza. Credo sia questa una delle cose più importanti che può fare un volontario: lasciarsi raccontare un modo di vivere diverso dal suo, e raccontare agli altri il proprio, in modo che l’arricchimento sia reciproco e che ognuno possa vedere le cose anche con una prospettiva che prima non aveva.

Tommaso


CHIAPAS (ESTATE 2012)

Nell'estate del 2012 siamo partiti per un viaggio di volontariato internazionale in Messico, presso l'Albergue Infantil Salesiano di Tuxtla Gutierrez nel Chiapas e ad Ocotepec, un villagio di montagna a 4 ore di macchina da Tuxtla.

Esperienza di tre settimane, un periodo di tempo che tutti potrebbero e dovrebbero regalare agli altri e a se stessi; un viaggio emotivamente molto forte, a stretto contatto con bambini abbandonati e vissuti nelle violenze familiari; un'esperienza al tempo stesso amara, che lascia in sospeso delle relazioni difficili ma autentiche, tra volontari e bambini, che il tempo porta via e impedisce di consolidare.

Bambini  abbandonati dalle loro famiglie, ma non dall'amore delle Suore Salesiane, che con tutta la loro forza e il  loro cuore si impegnano a garantire loro una vita di Diritto e di Diritti.

Giacomo e Sara


PHON SUNG (ESTATE 2012)

Sono partita da sola, un po’ per mettermi alla prova e un po’ perché avevo bisogno, dopo 4 anni dall’esperienza in Africa, di vedere un’ altra realtà rispetto a quella in cui vivo. Ho chiesto di andare in Asia, perché è un continente che, vuoi per le misteriose storie che libri e film ci raccontano, vuoi per le scarsità delle vicende che la storia ci insegna, mi ha sempre affascinato. Mi fu proposta come meta la Thailandia: dovevo fare l’insegnante d’inglese in una scuola in un piccolo villaggio nel nord della Thailandia, Phon Sung.

Il mio viaggio è durato poco meno di un mese, a causa di impegni universitari e lavorativi, ho cercato quindi di fare il mio meglio e mettermi a completa disposizione delle suore che mi hanno ospitato, della scuola, dei ragazzi e del villaggio.

Insegnare l’inglese a ragazzi dai 6 ai 14 anni è già comunque un’impresa non facile soprattutto perché non avevo alcun tipo di esperienza nel campo dell’istruzione, ma la difficoltà è stata raddoppiata dal fatto che la lingua thai, a differenza dell’inglese e dell’italiano e di altre lingue, non ha grammatica, perciò i ragazzi non hanno nella loro struttura di pensiero, la possibilità di tradurre una parola o comprendere l’importanza di collocare le azioni nel tempo. Nonostante le difficoltà di carattere tecnico ho cercato di rendere le lezioni quanto più possibile divertenti legando l’insegnamento al gioco, comunicando a gesti o tramite disegni e parlando con gli altri insegnanti di inglese.

Le suore che gestiscono la scuola, chiedendomi le mie passioni e hobby, avevano inserito tra le mie ore d’insegnamento anche la danza: mi sono allora improvvisata insegnante di danza classica e allieva di danza thai. La scuola di Phon Sung rappresenta un’importante opportunità per i ragazzi (la scuola accoglie ragazzi dai 2/3 anni ai 14). Il villaggio offre poche altre alternative, il lavoro nei campi di riso è solitamente l’alternativa migliore allo spaccio e i furti. I ragazzi spesso scappano di casa verso la capitale (che è comunque dall’altra parte del paese) e non sono rari i casi in cui, soprattutto per le ragazze, l’unica strada possibile per vivere è quella della prostituzione.

I ragazzi hanno imparato col tempo a organizzarsi, a rimanere in fila, a rispettare gli altri, il silenzio. Tutte le mattine si siedono in un grande atrio in ordine di età divisi tra maschi e femmine, pregano, cantano in piedi l’inno nazionale rivolti verso l’alzabandiera (cantano tutti anche i bambini dell’asilo) e poi, ordinatamente si dirigono verso le loro aule.

La parola che credo caratterizzi il popolo thai è il rispetto. Appena arrivata mi hanno subito insegnato la parola che dovevo pronunciare per salutare chiunque trovassi per strada accompagnata dal “wai” (il saluto con le mani unite e un leggero inchino con la testa). Puntualmente il mio saluto era ricambiato se non anticipato da chiunque mi vedesse; non era strano che fossi un’occidentale (l’unica nel villaggio e per alcuni la prima che vedevano dal vivo), bastava il fatto di essere lì. E’ un popolo delicato, fermo nelle proprie convinzioni e senza pregiudizi, un popolo che parla a bassa voce (impressionante è stato infatti il ritorno a Roma), un popolo di dignitosi contadini. Viene naturale paragonarlo ai bellissimi fiori dei quali è ricca la terra thailandese.

Quello che a casa mi sono portata è stato questo, a chi mi chiede quale esperienza mi ha colpita di più tra il Mozambico e la Thailandia, rispondo che sono incomparabili: situazioni diverse, condizioni diverse, lavori diversi, persone diverse, io stessa ero diversa. Dico solo che comunque, sono sempre stata bene!

Maddalena


MOZAMBICO (AGOSTO 2008)

IL PROGETTO

Questa è la storia di un sogno nato quasi per caso. Affascinati dai racconti di chi già aveva vissuto un’esperienza di volontariato internazionale , abbiamo deciso di provarne anche noi una simile. Subito abbiamo iniziato a darci da fare per raccogliere i fondi necessari per il viaggio impegnando i nostri fine settimana in cene di autofinanziamento e lavori di vario genere.

Abbiamo anche ricevuto contributi da enti e istituzioni. Contemporaneamente ci siamo dedicati alla stesura di un progetto nel quale ci impegnavamo a conoscere la realtà del luogo che avremmo visitato e a metterci a disposizione completa della struttura che ci avrebbe ospitato.

Era chiaro che questa esperienza sarebbe stata d’aiuto forse più a noi che alle persone che avremmo incontrato. Sapevamo che quello che avremmo potuto dare loro sarebbe stato soltanto un piccolo contributo, mentre in cambio avremmo vissuto un’ esperienza che ci avrebbe segnato. La nostra meta era la missione salesiana di Chiùre in Mozambico, nel sud dell’Africa.

LA PRIMA SETTIMANA

L’entusiasmo provato dopo aver messo piede sul suolo africano era talmente grande che per i primi giorni abbiamo avuto l’impressione di essere ancora a casa davanti ad un documentario alla tivù. Per questo motivo avevamo già deciso di dedicare la prima settimana alla conoscenza del posto. Abbiamo passato i primi giorni nella missione salesiana di Infulene, alla periferia di Maputo.

La struttura era nata come centro d’accoglienza per i bambini di strada e permetteva loro di studiare ed imparare un mestiere. Abbiamo avuto un incontro con gli scout di Matola, un quartiere di Maputo condividendo una giornata con loro. Nonostante la lontananza abbiamo deciso di mantenerci in contatto e speriamo di poter ricambiare un giorno la loro ospitalità.

Due persone che ci hanno particolarmente colpito sono state Lorenzo, il nostro autista e Luana, una volontaria italiana che ha deciso di trasferirsi in Africa. Loro ci hanno accompagnato al Kruger park, una riserva naturale in Sud Africa con uno chapa, un pullmino scarrettato che si è fermato a pochi chilometri dal confine, costringendoci a percorrere un pezzo di strada a piedi. Nel nostro safari fatto alla “bona” abbiamo potuto vedere e fotografare elefanti, leoni, giraffe, coccodrilli, rinoceronti, ippopotami ed altri animali della savana.

IMPATTO

Non è facile ritrovarsi in una realtà cosi diversa dalla nostra. Diversa dalla nostra, ma anche dalla stessa capitale. Chiùre si trova nel nord del Mozambico, a due ore di jeep dalla corrente elettrica e da Pemba, la città più grande del nord del paese. La prima cosa che si scorge arrivando è la montagna, proibita per tradizione alle donne e scalata per sfida dai ragazzi.

Appena arrivati ci ha commosso l’accoglienza che i bimbi di Chiure ci hanno riservato e anche le suore ci hanno subito messo a disposizione tutta la loro struttura. Ci ha impressionato la loro forza di volontà nell’affrontare le difficoltà che si presentano nel quotidiano. Tre suore, irma Orsolina, irma Candida e irma Aida, che hanno scelto di dedicare la loro vita alla missione. Una scelta che hanno intrapreso con così tanta passione che sembra quasi non pesare loro.

Ciò che invece non abbiamo capito inizialmente è stata l’accoglienza della gente. Ci chiamavano Hakugna che vuol dire bianco in makwua, la loro lingua. I primi giorni non capivamo perchè quando camminavamo per strada tutti si rivolgessero a noi con questa parola con un tono che sembrava dispregiativo.

Ma quello che inizialmente ci sembrava un termine offensivo si è rivelato poi semplicemente il loro modo di descriverci. Dovevamo sembrare davvero strani così bianchi, tanto che alcuni bambini ci hanno offerto del carbone per colorarci la pelle e somigliare a loro.

ORA ET LABORA

Le nostre giornate si alternavano tra lavoro e preghiera. I compiti che svolgevamo all’interno della missione erano i più vari. Abbiamo costruito una recinzione di bambù per le suore, dipinto degli alberi, i kajueros, per proteggerli dai parassiti, abbiamo aiutato le maestre con i bambini dell’asilo. Ma il lavoro che non avremmo mai pensato di fare è stato quello di improvvisarci pedreri, manovali, per aiutare nella costruzione della casetta della cuoca delle suore, Graçinda.

E’ stato divertente lavorare con il nostro capo-mastro, il signor Terensiano per il quale valeva la massima africana “pola,pola” cioè piano, piano. Infatti la loro concezione del tempo è diversa dalla nostra e anche il lavoro si svolge con ritmi per niente frenetici . Questo servizio ci è servito per calarci veramente nella realtà delle capanne, ci ha permesso di stare in contatto con la gente più povera, di conoscere i bambini che non hanno la possibilità di frequentare la scuola.

Le suore erano disposte ad accogliere tutti i bimbi, ma non tutti i genitori coglievano questa opportunità. L’asilo è un servizio creato dalle suore, grazie al quale i bambini hanno la possibilità di essere seguiti dalle insegnanti e possono imparare a stare insieme. Inoltre gli fornisce quelli che probabilmente sono gli unici due pasti sicuri della giornata.